venerdì, 11 agosto 2006
Nasce l'agenzia Kronoplanet di Roma per i connazionali nel mondo. Dal 1 settembre arriva un notiziario per gli editori italiani all'estero, 24 ore su 24, rivolto a quotidiani, settimanali e periodici. Caratterizzato non da notizie sintetiche, ma da articoli d'approfondimento, dallo sport alla cronaca, dalla politica alla cultura, e sugli italiani nel mondo (parlamentari eletti all'estero, Cgie, Comites, leggi, Italian Life Style...). Disponibile anche in inglese, solo su abbonamento, su web o via e-mail.
La Kronoplanet si propone inoltre come redazione “in affitto” a Roma, per la realizzazione di interi giornali o singole pagine pronte per la stampa, inserti tematici, pagine pubblicitarie, notiziari radiofonici, contenuti per portali web.
Direttore Responsabile: Vito Bruschini.
Caporedattore e Art Director: Alfredo Iannaccone
Informazioni: kronoplanet@yahoo.it
lunedì, 07 agosto 2006
Hanno tra i 30 e i 35 anni. Poca cultura, pochissima. Sembrano ragazzi normali, ciò che li distingue e li fa sentire degli Onnipotenti è solo l'avere indosso una divisa.
Sono gli agenti di Immigrazione, i Doganieri degli Aeroporti Canadesi, hanno il compito di far rispettare la legge, la legge di un Paese bellissimo, stupendo, dove per un giovane, professionalmente parlando, vivere si trasforma nella realizzazione di un sogno. Un paese però pieno di contraddizioni. Di anomalie. Un paese che funziona a compartimenti stagni. Dove chi deve lavorare per il Governo ha i paraocchi, e decide per te, per la tua vita, senza un motivo plausibile, senza una ragione logica. Solo perchè gli hanno insegnato a farlo, solo perchè hanno imparato che possono fidarsi ciecamente del loro istinto. Ed è quell'istinto che li guida, li spinge a prendere decisioni che poi diventano irrevocabili. Decisioni sulle quali nessuno può mettere bocca. Perchè loro hanno il Potere.
Il Canada è il paradiso delle opportunità: chiedi alla vita di poter scoprire l'America e quando capiti nella terra degli Orsi e dei Cougar (I Puma) ti rendi conto che ci sei capitato davvero.
Una estensione di terra indefinita, un paese grande da Oslo a Reggio Calabria con la popolazione di Roma, per metà ancora deserto, inesplorato.
Io ho vissuto nel Canada dei laghi, delle montagne, nel Canada dei salmoni e dell'Oceano Pacifico di colore grigio freddo e glaciale anche in Agosto. Glaciale come gli occhi di quegli agenti, di quei Doganieri, che cercano un motivo, una ragione, per evitare che metti piede nel loro Paradiso.
Non vi racconterò quanto mi è successo, ancora no, mi limiterò solo a dire che io ci tornerei in Canada, anche domani, a parte le opportunità e la cordialità della gente, una esperienza all'estero è quanto di piu bello un giovane possa sperare di fare.
Eppure qualcosa mi fa pensare oggi che forse resterò ancora un pò qui, si è meglio, nella Roma del caos, della sporcizia, nella Roma invasa dagli stranieri, nella Roma dove prendere una metro per andare a lavoro è come viaggiare su un carro di bestiame. Solo che tu sei il Bestiame.
Sì, io resto qui, ancora un pò.
E poi quando penso agli uomini dagli occhi di ghiaccio sto male, mi viene la nausea, odio gli abusi di potere, odio la mancanza di cultura.
Meglio la giungla romana che la giungla canadese.
domenica, 06 agosto 2006
Ci ho creduto, ci ho sperato e finalmente le cose vanno come volevo.
Sarò breve.
Sn tornato da Vancouver a marzo, l'immigrazione mi ha inculato. In attesa delle carte, ma non so voglio tornare, il lavoro da Roma per il Canada va bene, il portatile che mi ha comprato Rino è una bomba.
Però voglio fare qualcosa di mio, ci spero da tempo, e allora con i vecchi amici del Globo abbiamo riformato il terzetto delle meraviglie.
Io, Vito e Pasquale, insieme possiamo fare davvero belle cose.
Se tutto va bene fra qualche mese raddoppio lo stipendio... e poi c'è quel progetto dell'agenzia di stampa che potrebbe partire a breve...
Chi vivrà vedrà.
Sono tornato.
Ciao a tutti.
Ma mi manca Vancouver,
Come si dice... Non si è mai contenti...
VOGLIO IL SUSHI...
lunedì, 05 giugno 2006
Salve a tutti, rieccomi dopo mesi e mesi di distanza. Me ne sono successe di cose, da tre mesi circa sono tornato in Italia, a Roma. Ma continuo a lavorare per l'America e per il Canada, il giornale sta crescendo e quindi con lui anche io.
Comunque vi racconterò nel prossimo post quello che mi succede.
Comunque sono qui per riportare una notizia del quotidiano canadese Toronto Star (vedi sopra...) e per commentarla con voi...
Dopo Londra anche il Canada.
Sono giovani, sono canadesi, sono minorenni. Il Canada ha dato loro la cittadinanza, ha aperto loro le porte, ha fatto entrare i loro genitori, ha permesso loro di frequentare scuole canadesi, consente loro di avere tanti di quei privilegi che solo un canadese può avere (fatevelo dire da chi ci ha vissuto), come carte di credito, prestiti, agevolazioni, una vita che costa pochissimo rispetto all'Italia soprattutto posti di lavoro a dismisura e ancora un paese che non conosce la parola disoccupazione e dove soprattutto si emerge per meriti e qualità non per il nome che porti o la raccomandazione che sei capace di trovarti.
Ebbene io non sono razzista, assolutamente no, ma dico solo una cosa:
il mondo a mio parere è come disseminato di bombe pronte ad esplodere quando meno te l'aspetti.
Il nostro vicino di casa, il nostro collega di lavoro, il nostro compagno di scuola.
Apriamo loro le porte, diamo loro la possibilità di andare via da paesi dove non avrebbero futuro, diciamo con orgoglio che accoglierli vuol dire dare un esempio di apertura mentale e che attraverso di loro cresceremo anche noi, ma domani, mentre prendiamo la metro, uno di loro, potrebbe farsi esplodere a pochi passi da noi.
Il Canada è un paese dove, e l'ho sperimentato sulla mia pelle perchè il permesso di lavoro non mi è stato concesso dopo due anni di carte e controcarte, e sono stato costretto gioco forza a fare ritorno in Italia, lo screening è aumentato a dismisura riguardo all'ingresso di nuovi emigrati. Regole severe, molto spesso assurde, punizioni a casaccio e la politica del pregiudizio nel dna degli agenti di immigrazione, quelli che in pratica hanno il potere...
Se investi e porti benessere, bene... altrimenti niente Canada
Ebbene, i Canadesi, con le loro regole ferree, con la loro politica del rispetto delle leggi a tutti i costi, leggono sui giornali notizie di questo genere che fanno sobbalzare letteralmente dalle sedie.
Ora davvero si può avere paura...
DAL TORONTO STAR
Diciassette giovani canadesi sono stati arrestati nella notte al culmine di un'indagine andata avanti per quasi due anni. I sospettati, tutti poco più che ventenni e due addirittura minorenni, si erano procurati armi e, secondo alcune fonti, esplosivi da utilizzare contro una serie di obiettivi in Ontario.
Secondo il 'Toronto Star', che dedica ampio spazio alla vicenda, alcuni dei giovani estremisti avevano anche realizzato un video che documentava il loro addestramento militare.P iù di quattrocento agenti hanno partecipato all'operazione e hanno portato i sospetti nella stazione di polizia di Ajax Pickering in cui è stata fortificata la sorveglianza.
Stando a quanto riferito dal quotidiano, quella sgominata dalla Giubbe Rosse è una cellula autoctona - simile a quella responsabile degli attentati alla metro e ai bus di Londra nel luglio del 2005 - formata cioè da cittadini canadesi o residenti da lungo tempo nel Paese dove sono cresciuti e hanno messo radici.
Uno degli arrestati è Fahim Ahmad, 22 anni. A lui era intestato il contratto di noleggio di un'auto utilizzata per portare in Canada le armi. Altri due sospetti finiti in manette sono i cognati Ahmad Ghany e Zakari a Amara.
L'imam della moschea di Scarborough, il sobborgo della Grande Toronto in cui vivono alcuni degli arrestati, ha detto di non credere alle accuse di terrorismo mosse agli arrestati ed è convinto che dietro l'operazione ci sia la volontà delle autorità di colpire chiunque nella comunità islamica sia critico nei confronti dell'Occidente.
"Sono giovani e sono musulmani" ha detto l'imam Aly Hindi, "questo basta a chiamarli terroristi".Stando alle fonti, i membri del gruppo clandestino avrebbero tra l'altro filmato sia la 'Cn Tower', uno degli edifici più alti del mondo, sia la rete della metropolitana urbana, utilizzata ogni giorno da ottocentomila passeggeri.
lunedì, 23 gennaio 2006
E' tanto tempo che sono lontano da casa. Mi manca l'aria della Capitale, anche quella dell'Irpinia. Ma resto solo cinque giorni, peccato!!! Ma almeno potro' gustarmi una passeggiata a San Pietro come quelle che facevo nel 2002 quando vivevo a Borgo Pio. Arrivo mercoldi mattina ma riparto domenica. Non passo per l'Irpinia, non ho tempo. E poi 14 ore di aereo...
Se volete vedermi organizzate una spedizione avellinese nella Capitale.
Saluti.
sabato, 21 gennaio 2006
Quello che un tempo era soltanto fantascienza oggi è realtà. Amal Graafstra, un ventinovenne imprenditore di Vancouver, si è fatto impiantare un chip che gli permette di aprire la porta di casa senza neppure toccarla. “Così - dice divertito - se mai mi dovessi trovare nudo fuori di casa, potrei sempre entrare”.
Il chip in questione è un Rfid (Radio Frequency Identification) e, stando a quanto spiegato dagli esperti, consente di accedere a tutti i sistemi in cui è previsto un riconoscimento proprio grazie alle radiofrequenze. Nato per sostituire le bolle di accompagnamento delle merci e i codici a barre, l'utilizzazione dell'Rfid è oggi molto più ampia. I teenager statunitensi lo utilizzano soprattutto per lavorare con il computer.
Una volta che il chip si avvicina a meno di dieci centimetri il lettore lo riconosce e ne verifica dati.
giovedì, 12 gennaio 2006
Questo mio contributo e' per la signora Patrizia, la madre di Federico. Ho letto e il suo blog e da quel momento non riesco a pensare ad altro. Voglio aiutarla, desidero darle il mio appoggio, spero solo che un giorno si arrivi alla verita'. E' inaccettabile che un ragazzo di 18 anni abbia fatto questa fine.
Prima di tutto mi pongo due domande:
perche' se come asserisce il questore la responsabilita' non e' delle forze dell'ordine a distanza di quattro mesi non si conoscono i risultati dell'esame autoptico?
In secondo luogo i segni e le percosse sul corpo del ragazzo parlano chiaro.
Qualcuno gli ha fatto del male e deve pagare
Federico
Ferrara, 2/1/2006
Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio.
Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti.
È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono stati tre mesi…
Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro…
Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui.
Sabato 24 settembre è stato un giorno sereno, allegro…
Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate. Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel giorno aveva un’aura speciale.
Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti noi. Ha avuto sorrisi per tutti… la gioia era lui.
Ha incontrato la compagnia, ha fatto il suo lavoretto di consegna pizza.
Il programma della sera prevedeva un concerto a Bologna.
Prima di partire è passato da casa per cambiarsi le scarpe, rotte giocando a pallone…
È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.
Ha salutato tutti, compreso il fratello che dormiva già, chiedendomi perché Stefano non avesse risposto al suo saluto.
Anche una sua amica mi ha confermato che quella sera era sereno, che l’ha salutata sorridente con la solita pacca sulla spalla e l’appuntamento al giorno dopo…
Non è mai esistito il giorno dopo.
Al Link il concerto era stato annullato. Quindi la serata è trascorsa lì dentro.
L’hanno detto i compagni che erano con lui, non posso definirli amici, e le analisi lo hanno confermato. Uno dei ragazzi gli ha venduto una sostanza, una pasticca o simili.
Lo definiscono lo sballo del sabato sera. È sbagliato si. Ma non si muore di questo…
Federico lo sapeva bene. Era stato partecipe di un progetto scolastico di ricerca e informazione promosso dalla provincia. So che la sua era una conoscenza approfondita con ricerche sui siti delle asl, conosceva le sostanze e gli effetti. Ed era a suo modo un igienista. Aveva grande cura del suo corpo, di quel che mangiava. Era uno sportivo. Una ragazzo splendido pieno di salute.
E di progetti: pensava alla musica, al suo futuro, lo studio serviva a costruire il futuro.
Nell’immediato c’erano le cose semplici: la patente dopo pochi giorni, il karate, un band musicale da organizzare con gli amici, e la vita di tutti i giorni cercando di stare bene…
Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara, tornati al punto di incontro dove i più avevano lasciato le macchine o i motorini.
Federico era a piedi. Era partito da casa in macchina con Michy, che poi non era andato a Bologna.
Erano ormai le cinque del mattino. I ragazzi hanno raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe tornato a piedi. Era vicino a casa…
Dal suo cellulare si vede che ha chiamato diversi altri amici. Specialmente i suoi migliori amici, un paio di volte ciascuno. Forse per chiedergli se erano ancora fuori… sembra che nessuno gli abbia risposto. I ragazzi che conosco mi hanno detto che avevano già spento il cellulare per dormire.
E poi non so cosa sia successo esattamente. A quell’ora mi sono svegliata, forse non del tutto, chiedendomi se Federico fosse rientrato. Avevo una stanchezza invincibile non riuscivo a muovermi. Poi ho sentito un rumore nella sua stanza ed ero sicura che fosse lì…
Mi sono risvegliata che erano quasi le otto.
Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi. Nulla…
Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi avvisava sempre. Diceva che lo stressavo ma non voleva farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all’idea che avesse solo perso il cellulare…
Poi l’ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino.
Una voce ha risposto.
Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha chiesto di descrivere Federico.
Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell’ippodromo e che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato.
Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato anche ripetutamente un amico che ci lavora.
Nulla.
Il centralinista rispondeva: c’è il cambio di turno… non sono informato…, appena avremo notizie chiameremo noi…
Niente per altre tre ore!!!! Passate nell’angoscia e nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi amici e di nuovo ripetutamente alla questura.
Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia andato nel posto giusto.
La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11. dopo che lo avevano portato via.
Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11.
E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio!
E mi hanno detto che lo hanno fatto per me… perché era meglio che non vedessi.
In quel momento gli ho creduto.
La polizia ha detto che un’abitante della zona aveva chiamato perché sentiva delle urla.
Dicevano anche che si era ferito sbattendo da solo la testa contro i muri.
Questo si è rivelato falso. Smentito dalle verifiche. Federico era sfigurato dalle percosse.
Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto jens. Sono completamente imbevuti di sangue.
Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia sinistra all’occhio e giù fino allo zigomo, e i segni neri delle manette ai polsi. L’ho visto nella bara. Il suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L’hanno distrutto…
E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati…
Lo vogliono uccidere due volte. Le analisi hanno confermato che quel che aveva preso era irrilevante. Non certo causa di morte né di comportamenti aggressivi. Semmai il contrario.
Quel che penso è che Federico fosse terrorizzato in quel momento. Gli stava crollando il mondo addosso. La vergogna di essere fermato dalla polizia, la patente allontanata perché aveva preso una pasticca. E aveva dimenticato la carta di identità.
Quella mattina nel vicinato dicevano che era morto un albanese. Nessuno si preoccupava più di tanto…
Ha certo cercato di scappare. Di non farsi prendere. Visto com’era ridotto si capisce come lo abbiano fermato. Quando lo hanno immobilizzato, ammanettato a pancia in giù non ha più avuto la forza di respirare.
Chissà quando se ne sono accorti?
L’ambulanza è stata chiamata quando ormai non c’era più niente da fare. E nemmeno allora lo hanno portato all’ospedale per provare un intervento estremo. Lo hanno lasciato lì sulla strada. Cinque ore. Poi lo hanno portato all’obitorio. E solo allora sono venuti ad avvisarci.
Perché?
Se fosse vero che dava in escandescenze da solo perché non è stata chiamata subito l’ambulanza?
Perché atterrarlo in modo tanto violento e cruento? Era solo. Non c’era nessuno. Era disarmato. Non era una minaccia per nessuno.
Perché aspettare tanto prima di avvisare la famiglia? Chiaro. Per non farcelo vedere…
Se lo avessimo visto così cosa sarebbe successo? Che risonanza avrebbe avuto?
Sul giornale del giorno dopo un articolo che dichiarava che era morto per un malore… tratto dal mattinale della questura.
Il giorno dopo sull’altra testata cittadina “Federico sfigurato”. Immediate controdeduzioni del Capo Procura: “non è morto per le percosse”… questa è stata la prima ammissione di quanto successo.
Ad oggi ancora non sono stati depositati ufficialmente gli esiti degli esami medici. Sono emersi solo alcuni dettagli che ho citato prima.
Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno. Credeva nell’amicizia che dava a piene mani. Era un semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di quell’età si credeva grande ma dentro non lo era ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita davanti, e una gran voglia di viverla…
venerdì, 06 gennaio 2006
Il sogno americano? Quanti di noi non l'hanno coltivato almeno una volta nella vita. Quanti di noi, nei loro spasmodici desideri di viaggiare per il mondo, non hanno immaginato di approdare in America. Ebbene io ci sono riuscito. Lo sapete no? Da un anno e mezzo vivo e lavoro in Canada, bella esperienza questa del giornalismo italiano all'estero, ti confronti con una realta' cosi' vicina ma nel contempo cosi' lontana dalla tua e questo non puo' che farti bene. La piccola Italia di Vancouver ha una grande storia alle spalle. Una storia di imprenditori che ieri erano operai e che oggi, con il sudore della fronte, hanno conquistato fama e miliardi. Ma non li invidio. Nossignore. Io sto bene cosi. Almeno per ora. Continuo a fare quello che mi piace, continuo a scrivere, questo mi basta. Ma mi guardo intorno e penso, Ma dove diavolo e' finito il sogno americano? Le strade enormi, le distanze quadruplicate, le auto giganti, e poi una citta' che con i suoi sistemi e le sue leggi, a volte dal rispetto fin troppo maniacale, sembra davvero 30 anni avanti rispetto all'Italia. Tutto questo era in previsione. Ma dove sei finito sogno americano? Ti ho portato con me nella valigia, ma poi sei sparito.
Mi piace stare qui, mi piace il Canada, il paese grande da Oslo a Reggio Calabria ma con meno abitanti dell'Italia. Qui circa un terzo del territorio e' ancora inesplorato. Qui, se non hai la macchina (e io non ce l'ho...) sei fregato. Se decidi di partire per una gita "rischi" seriamente di mettere piede in posti dove l'uomo non ha mai fatto la sua comparsa. Una volta prendevo l'autobus Atripalda-Avellino per andare a lavoro, adesso vado in ufficio con lo Sky Train.
Bello no? Si ma io questo sogno americano proprio non lo vedo. L'ho perso per strada.
Vancouver ha anche, e purtroppo, i suoi lati negativi. Qui la gente fa solo una cosa e pensa solo a una cosa: il lavoro, il business come lo chiamano qui.
Soldi, soldi, soldi, qui comanda il dio denaro. Lavoro ce n'e' a buttare, la concorrenza non e' alta, e non serve avere tanti santi in paradiso per emergere.
Ma allora direte? Che cavolo vuoi? Non e' il solito discorso dell'emigrato triste e nostalgico, no. Io lo rifarei dieci volte quello che ho fatto. Ma non voglio passare il resto della mia vita qui. Come quelli che dopo 35 anni di Canada dicono: sono 35 anni che non vado in Italia, ma com'e'? E' cambiata per caso?
Mi viene la pelle d'oca. No, vi prego. Non fatemi il discorso della coda negli uffici postali e dell'Italia tutto stress e solo mare, sole e bella gente. E' per questo che a Natale prossimo tornero' a casa. Ho deciso. Almeno per una vacanza. Provateli voi a trascorrere due Capodanni qui. Meno male che e' passata anche quest'anno. Non ho mai odiato cosi tanto le feste. Meno male che sono finite. Avete mai provato a trascorrere un Capodanno con trenta persone che non sanno cosa e' un sorriso? Siete mai andati a cena dal vostro capo e per antispasto vi hanno dato la crema di arance stile Taiwan? Ma vi dico la verita, il vero motivo e' un altro.
Io a Capodanno volevo sparare i petardi, quando ero piccolo papa' mi comprava i minicciccioli. Come era bello dare fuoco al terrazzo di casa con la vicina che protestava. E il bello veniva quando andavo in campagna, a Serino, quando da mia nonna io e i miei cugini compravamo razzi, raudi, miccette, tric trac e bengala. Quante bottiglie abbiamo rotto? Tante.
La sapete una cosa? A Vancouver non si possono sparare fuochi d'artificio. E' vietato.
UFFA, SONO ARRABBIATO. IO A CAPODANNO VOLEVO SPARARE E NEMMENO UNA MICCETTA MI HANNO FATTO ACCENDERE.
IL PROSSIMO CAPODANNO SCENDO AD AVELLINO E PORTO LA BOMBA DI MARADONA. FACCIO TREMARE VIA FIUME.
LO GIURO.
POI FORSE ME NE TORNO A VANCOUVER.
venerdì, 16 dicembre 2005
PREMESSA: Avevo deciso di non scrivere più per diverse ragioni che forse qualcuno conoscerà, ma è troppa la voglia di raccontare e di raccontarmi, quindi vado avanti, almeno per ora.
Questo è un paese davvero strano. Se provo a guardarmi con gli occhi di chi mi vede dall'Italia, parenti e amici, mi sento "bersagliato" dalle voci di chi mi dice che sono fortunato a vivere in America, in particolare in Canada, che questo e' il paese delle possibilita' e che ora come ora la mia bella Italia attraversa una crisi economica che non mi consentirebbe di avere quello che sto avendo adesso soprattutto in chiave futura. Ma ci sono delle cose di questo grande paese davvero particolari, curiose direi, in linea con il rispetto delle regole e delle leggi che oserei definire quasi maniacale, con la paura di tutti di finire in tribunale e di essere citati per danni anche per un nonnulla.
Ebbene si', tutti i Canadesi o coloro che vivono qui, convivono con l'ansia e la fobia, direi, che prima o poi qualcuno possa citarli per danni e stanno ben attenti a tutto quello che fanno. Un avvocato qui arriva anche a guadagnare per un processo civile migliaia di dollari l'ora, dico l'ora, quasi quasi a volte li invidio. Ma andiamo per esempi concreti cosi' forse capite di piu'.
I MEDICI: Hanno una paura tale di sbagliare le diagnosi ai loro pazienti che le esagerano alla millesima potenza. Il motto meglio essere prudenti per loro e' un eufemismo. Perche? Perche' esagerando si cautelano da sgradite sorprese: della serie "Dottore lei non me l'aveva detto, la cito in tribunale".
Una ragazza, mia conoscente, aveva dei problemi ad un braccio, forse un'allergia... Ebbene in Italia l'hanno guarita con normali antibiotici, qui a Vancouver tutti i medici dove era stata le avevano esposto la medesima diagnosi: NON HAI SPERANZE, TI DOBBIAMO AMPUTARE IL BRACCIO...
Qualche mese fa sono stato da una dottoressa italiana per una normale puntura di vespa ad un dito. Mi occorreva solo una normalissima pomata antistaminica. Ebbene lei voleva farmi fare la radiografia alla mano perche'... SE FOSSE PER CASO RIMASTO IL PUNGIGLIONE AVREI COMPROMESSO L'USO DEI TENDINI...
La madre di un mio amico e' caduta in un supermercato. Il pavimento era bagnato, lei si e' fatta male. La ditta proprietaria del locale le risarcira' un bel gruzzoletto attraverso l'assicurazione.
Per non parlare poi di quelli che vengono tamponati o che subiscono qualche lesione stando alla guida della propria auto. Per loro sono in arrivo laute ricompense...
Fosse cosi' facile anche in Italia.
sabato, 10 dicembre 2005
QUEI MITICI TITOLI... LUI SI CHE MI FACEVA SORRIDERE...
Vi raccontero' brevemente la storia di un amico-collega, a proposito chissa' come sta non lo vedo da tanto... Uno che di sport, soprattutto di basket, e' sempre stato il massimo dal punto di vista della competenza. Abbiamo forse cominciato quasi insieme, erano bei tempi quelli, quando fuori dalla redazione si facevano quelle grigliate di carne fino alle quattro di mattina che svegliavano tutta Contrada Baccanico. Ebbene io non dimentichero' mai che oltre alla sua grande competenza per la pallacanestro molte volte i suoi articoli erano accompagnati da titoli che credo siano passati alla storia.
Spero lui non me ne vorra' a male se lo sto citando, anzi lui e' di una quelle persone che credo difficilmente dimentichero'.
Passo subito agli esempi pratici: basket femminile, credo fosse serie B, la Partenio Avellino vince nettamente contro le Arance Sicilia Catania...
E lui titola:
E LA PARTENIO SPREME LE ARANCE...
miticoooooooooo!!!!!!
Oppure basket maschile, la mitica Scandone. Un pezzo di presentazione di una partita di quelle che contano, con il pubblico delle grandi occasioni pronto a sostenere la squadra.
A quell'epoca lo sponsor era Pasta Baronia, noto pastificio irpino che oggi ritrovo con piacere anche qui a Vancouver...
Ebbene il suo titolo, fantastico, fu...
RIBOLLE IL PALADELMAURO... C'E' LA PASTA BARONIA...
grandissimooooooooo
Ma mai dimentichero' anche gli altri, tutti sono passati alla storia bisognerebbe metterli in un almanacco...
La Scandone arrabbiata per la sconfitta mi pare a tavolino contro i cugini del Napoli:
il titolo fu:
PASTA BARONIA, UNA BELVA FERITA...
Oppure quando la squadra vinse dando il massimo ottenendo un successo soffertissimo... e lui scrisse...
SCANDONE, UNA VITTORIA CHE PUZZA DI SUDORE
Titoli del genere non se ne vedono piu'... Davvero... E non e' ironia. Lasciavano il segno...